La mattina non inizia quando suona la sveglia.
La mattina inizia quando provi ad aprire un occhio e senti che il mondo, là fuori, ha già deciso: oggi ti odia.

Io apro gli occhi e la prima cosa che vedo non è la luce dell’alba.
È un piedino.

Un piedino minuscolo, caldo, appiccicoso, piazzato sul mio sterno con la precisione di chi non ha dubbi: io esisto per sorreggere.

Poi arriva la voce.

“Mamma.”

Silenzio.
“Mamma?”
Ancora.

“MAMMAAAAA.”

E io capisco che non è un richiamo: è una notifica d’emergenza.

La cucina: dove i sogni muoiono e la marmellata prospera

Mi trascino verso la cucina e scopro che è partita la prima fase del disastro: la fase appiccicosa.

C’è marmellata sul pavimento.

Non “vicino al tavolo”.
Non “accanto al lavandino”.
Sul pavimento, come se fosse caduta dal cielo in un esperimento sociale per testare quanto tempo impiega una madre a perdere la dignità.

Lui è sul divano con una fetta di pane in mano. Sereno. Beato.

Sul tavolino: barattolo aperto, cucchiaio dentro, tutto lasciato lì come una firma.

“Chi ti ha dato la marmellata?”

“Amore… chi ti ha dato la marmellata?”

Lui mi guarda e risponde con l’onestà distruttiva dell’infanzia:
“Da solo.”

Cioè: non ho fatto un danno.
Ho compiuto un destino.

Io annuisco, facendo finta di essere una donna moderna e flessibile, e non una persona che sta valutando di trasferirsi in un monastero.

Il caffè: la mia unica religione, continuamente profanata

Io preparo il caffè con quella speranza idiota che abbiamo tutte: magari adesso si calma.

Invece parte la seconda fase del disastro: la fase del rumore.

Perché la macchinetta vibra e lui interpreta la cosa come un invito a fare un concerto sperimentale.

“MAMMAAAAA GUARDAMIIII!”

Io lo guardo.
Lui prende la rincorsa sul divano e fa un salto che non è salto: è un test di fiducia.

E io lo prendo al volo, perché la maternità non è amore. È riflesso.

Nel frattempo il caffè trabocca, ovviamente.

La chat delle mamme: l’inferno con le emoji

Suona il telefono.

Apro.

“Buongiorno mamme 🌸 ricordate che oggi servono 12 rotoli di carta igienica, colla e forbici!”

Dodici rotoli.

A questo punto mi chiedo se a scuola stiano costruendo un lavoretto o una diga.

E mentre penso “ok, ci penso dopo”, sento un tonfo.

Mi giro.

La tazza di caffè è a terra. Rovesciata.
Lui accanto, con quell’espressione da “non so com’è successo”.

Il momento in cui diventi zen (o muori dentro)

Io respiro, sorrido, e dico la frase che ogni madre pronuncia almeno 50 volte nella vita, senza crederci mai fino in fondo:
“Va bene… non fa niente.”

E lui:
“Ti aiuto!”

Prende un foglio di carta. Uno.
E spalma il caffè sul pavimento, trasformandolo in una nuova forma d’arte contemporanea:
Espressionismo domestico. Madre disperata, 2026.

Il bagno: dove l’acqua scorre e la tua sanità mentale scivola via

Sento un rumore.
Non dovrebbe esserci.

Acqua.

Corro in bagno: lavandino pieno, rubinetto aperto, dentro macchinine e un pupazzo che galleggia come un naufrago.

Lui mi guarda orgoglioso:
“Stavo lavando.”

Io lo chiudo, asciugo, deglutisco, e penso che questo bambino non vuole “giocare”.
Vuole gestire una casa.
Male, ma con entusiasmo.

L’ultima cosa che ti resta: te stessa. Più o meno

Quando torno in cucina vedo la mia borsa aperta.

Portafoglio svuotato. Carte sparse.

E in mezzo, come un trofeo: il mio rossetto.

Lui lo apre, lo gira troppo, lo rompe.

Io non urlo.
Non piango.
Non reagisco.

Resto ferma come una statua dedicata alla stupidità umana.

Poi lui mi guarda serio e mi chiede:
“Perché sei triste?”

Io faccio quello che facciamo tutte: mento, per amore.
“Non sono triste… sono solo un po’ stanca.”

E lui, soddisfatto, come se avesse risolto una crisi internazionale:
“Ok! Giochiamo!”

Conclusione: una mattina normale, cioè un disastro con dentro l’amore

La mattina è iniziata da mezz’ora e io mi sento già sera.

Eppure, ogni tanto, lui mi sorride.
Quel sorriso pieno e convinto, come se io fossi la cosa più stabile del suo mondo.

E io, che stabile non lo sono per niente, lo prendo in braccio un secondo.

Lui si calma.
E io mi ricompongo.

Rifaccio il caffè, più lungo e più disperato.

E dico a voce alta, come un mantra:
“Ok. Andiamo.”

Perché è solo una mattina normale.

Cioè: un incidente a catena.