C’è un momento preciso, subito dopo aver passato lo straccio, in cui il pavimento brilla. Non è una metafora: brilla davvero. È l’unico istante in cui pensi che forse, dopotutto, lavare i pavimenti abbia un senso logico, una sua dignità, una promessa di ordine che non sia solo teorica.
Poi succede la vita.
Non serve molto. Basta un bambino che attraversa la stanza con le calze appena tolte, un altro che decide di fare uno spuntino proprio lì, una briciola che cade con una precisione quasi offensiva. Sei ancora in piedi, il secchio è lì vicino, lo straccio non è nemmeno del tutto strizzato… e il pavimento ha già cambiato stato.
Pulito era.
Adesso è pulito ma vissuto, che è una categoria a parte.
La cosa affascinante dei pavimenti è che non tengono il rancore. Non ti guardano male. Non fanno commenti. Accettano tutto: impronte, gocce, segni misteriosi di cui nessuno rivendica la paternità. Sei tu che li guardi e pensi: ma allora perché l’ho fatto?
La risposta razionale non esiste.
Quella emotiva sì: perché per quei sei minuti c’è stata una tregua visiva, una pausa mentale, l’illusione che qualcosa fosse sotto controllo. Non è poco, se ci pensi.
Lavare i pavimenti, con i bambini, non è un’azione di pulizia. È un gesto simbolico. Serve a ricordarti che puoi riportare ordine, anche se solo per poco, anche se sai già come andrà a finire. È un esercizio di accettazione più che di igiene.
E alla fine smetti anche di arrabbiarti.
Passi lo straccio, lo strizzi, lo rimetti a posto e vai avanti, sapendo che il pavimento tornerà com’era molto prima di quanto tu sia pronta ad ammettere.
Pulito per sei minuti.
Ma quei sei minuti erano tuoi.







